io non posso parlare ... sei tu la mia voce

martedì 3 maggio 2011

Istanbul


Con i ricordi di Istanbul negli occhi e nel cuore, ecco un resoconto del nostro viaggio.Siamo partiti con il caldo di questo anomalo aprile e arrivati a Istanbul la temperatura era bassina, 10-12 gradi, un po’ di pioggia ci ha accolti all’aeroporto, ma appena il tempo di prendere i nostri bagagli, cercare l’autista dell’albergo, e il sole ha fatto capolino.

Il viaggio dall’aeroporto al nostro hotel è stato breve. Abbiamo scelto la zona di Sultanahmet per soggiornare a Istanbul, tra la Moschea Blu




 





e Aya Sophia, che potevamo ammirare dalla terrazza sul tetto dell’albergo.



 

 





 



 



La scelta è stata  azzeccatissima , il quartiere è tranquillo, da poco è diventato isola  pedonale, ci sono le principali attrazioni da vedere.Il pomeriggio abbiamo ispezionato un po’ la zona e cenato con zuppa di lenticchie e köfte (polpette), tra l’altro già mangiate in aereo.La mattina successiva siamo stati svegliati dal canto del muezzin (anche se io ero già sveglia da un po’, come sempre), sono salita sulla terrazza per poter ammirare la mia prima alba ad Istanbul

 





 





 



 



e scattare un po’ di foto alla mia amata Moschea Blu (ma quante volte l’avrò ammirata?).



Abbiamo deciso di visitare subito la Cisterna Basilica, a due passi da Aya Sophia.



 



 





E’ stata costruita nel ‘500,  e si può visitare  camminando su passerelle in mezzo alle sue 336 colonne.

Seconda tappa la Moschea Blu, costruita nel 1500,  fuori è imponente e molto bella, internamente un po’ delude, rispetto ad altre moschee.


 



      



In seguito siamo andati al Grand Bazaar, dove ci si perde in mezzo ai negozi di lampade, tappeti, saponi.



 







Abbiamo pranzato all’Havuzlu, un ristorante all’interno del Bazaar, si va davanti alla cucina dove sono esposte diverse specialità e si scelgono i piatti che si desiderano. Noi abbiamo scelto il kebab con riso e melanzane (patlican). Purtroppo in molti ristoranti non c’è il vino, pazienza.  Alla fine del pranzo un bel thé alla mela, delizioso.

Alla sera invece abbiamo cenato in un piccolo ristorante , con solo 20 posti, gestito da un’olandese, menu unico, quattro portate, un po’ nouvelle cuisine. A parte l’agnello che a me non piace, tutto il resto era molto buono, e finalmente gustato con un po’ di vino rosso.

Il terzo giorno era stato concordato con una giovane ragazza italiana residente da otto mesi a Istanbul, scovata su Internet da mio marito, una visita di tre quartieri poco turistici, Fatih, Fener e Balat.

Di solito non amiamo le visite guidate, ma trattandosi appunto di quartieri poco frequentati dai turisti, una guida che parlasse anche turco ci è servita.

Ci siamo ritrovati con alcuni nostri connazionali davanti al Bazaar delle spezie.

La prima visita è stata riservata ad una piccola moschea, la Rüstem Pasa Camii, vicino al Bazaar, e mi è piaciuta talmente tanto, che il giorno successivo ci sono voluta ritornare.




 







 





I vicoli di questi quartieri sono molto pittoreschi, diverse case di legno, che all’apparenza sembravano disabitate, ma tutt’a un tratto vedi il fumo che esce da un camino,



 









 



un piccolo cimitero privato, con qualche stele,





 







panni stesi da un balcone all’altro,



 





 



mercatini di quartiere dove vendevano pulcini e anatroccoli,



 



 



 case dipinte con tenui colori.





 





 



La nostra guida ci ha portato per pranzo dal “suo pidaio”, come dice lei. Il pide, infatti è una specie di pizza lunga, dove sopra ci si può mettere carne, verdure, o altro. Io l’ho provato con carne e un uovo sopra, siccome avevo letto che è molto buono, e posso confermarlo.

 





Mio marito ha provato il lahmacun, un altro tipo di pizza, sopra si mette dell’insalata e altra verdura e poi si arrotola per mangiare.

 







 

 



Con una bottiglia di acqua e un thé alla fine, abbiamo speso una cifra ridicola: 5 lire turche, l’equivalente di 2.50 euro a testa. (Spero per la Turchia che non entri in Europa, altrimenti addio a questi prezzi). Dopo esserci rifocillati abbiamo continuato l’escursione e raggiunto la chiesa di S. Salvatore in Chora. Nata come chiesa nel ‘500, trasformata in moschea, con la copertura dei suoi stupendi mosaici con  della calce in quanto la religione islamica non prevede l’utilizzo delle immagini di persone. Fortunatamente un accurato restauro l’ha riportata alle sue condizioni iniziali e ora si può ammirare in quanto trasformata in museo.

 



 





 



Con questa ultima visita, la nostra intensa giornata con la guida è terminata e siamo rientrati nel nostro quartiere Sultanahmet, dove abbiamo visitato la   piccola moschea  Aya Sophia, che stava quasi chiudendo per l’ora della preghiera.

Per cena abbiamo provato un ristorante consigliato dalla Lonely Planet, dove ci ha serviti un simpatico signore anziano, abbiamo mangiato zuppa di lenticchie e il pide, che mi piace molto, questa volta fatto come una specie di calzone, molto croccante. Questo ristorante ci è talmente piaciuto che la  sera successiva abbiamo replicato.

L’ultimo giorno abbiamo deciso di andare sulla sponda asiatica, che si raggiunge tranquillamente con venti minuti di traghetto, pagando 0.80 euro! E’ una Istanbul diversa, Kadiköy la nostra meta ci ha stupito già al nostro arrivo con i suoi semafori con il contasecondi, sia per le auto che per i passanti.

 







 





Abbiamo girovagato un po’ nel variopinto mercato per concederci poi due thé in un bar e poter seguire la vita quotidiana dei suoi abitanti. Come da tradizione ho fatto un po’ di shopping alimentare: lenticchie rosse, burghul e thé alla mela. Qui pochi parlano inglese, ci si spiega un po’ a gesti e alla fine ti scrivono la cifra da pagare su un foglietto.

 





 



Per pranzo siamo andati al Ciya Sofrasi, un ristorante che consigliamo vivamente, dove si mangia benissimo e da solo vale la trasferta. Anche qui si passa dal bancone della cucina, dove sono esposti i  vari menu e si sceglie, metà porzione, porzione intera. Noi abbiamo provato agnello con melanzane, burghul, piccolo pide, polpette fritte,  falafel (polpette di ceci).

 







 



Anche in questo caso la spesa è stata irrisoria, 24 lire turche, 12 euro in due! Rientrando sulla sponda europea, abbiamo deciso di provare la crociera sul Bosforo, quella di 2 ore, senza effettuare soste. Il Bosforo non mi ha dato particolari emozioni, però la gita è piacevole e rilassante.



 



 





Siccome al mattino eravamo passati dal Caferaga Medresesi, che è un ex-scuola coranica ora trasformata in Centro culturale e scuola di pittura, ci siamo tornati per acquistare diverse piccole ciotole di ceramica e un acquarello raffigurante un kaftano, che volevo assolutamente. In questa visita abbiamo conosciuto Josh, un artista che gestisce la galleria, ci ha offerto il thé  nel chiostro di questa deliziosa struttura.

L’ultima mattina ad Istanbul siamo andati in panetteria ad acquistare il pane arabo (simit) fatto a ciambella e ricoperto con semi di sesamo, di solito venduto dai venditori ambulanti,



 







comperato un po’ di souvenir come l’Occhio di Allah, per scacciare la malasorte, e poi siamo andati a visitare Aya Sophia, che internamente è spettacolare, da rimanere a bocca aperta, tanto che al primo piano dove ci sono alcuni mosaici, non abbiamo nemmeno visto il divieto di usare il flash, ma i sorveglianti sono tolleranti. Vicino all’altare ci sono delle transenne perché è vietato entrare, ma qui tre gatti erano beatamente spaparanzati e si lasciavano fotografare, ricevendo carezze anche dai sorveglianti.



 





In città si trovano moltissimi gatti, molto ben accuditi, infatti si vedono ciotole di cibo e di acqua ovunque.



 





Dopo questa visita ho voluto andare ancora al Caferaga Medresesi che è proprio in una via laterale, e Josh, che ci ha subito riconosciuti, ci ha accolto festosamente,  aperto la galleria e ci ha voluto regalare una pergamena raffigurante due tulipani, che sono un simbolo di Istanbul, e ha messo i nostri due nomi stilizzati. A questo punto abbiamo chiesto di potergli offrire da bere, ma lui ha insistito che eravamo suoi ospiti e si è intrattenuto con noi a chiacchierare. Purtroppo è arrivata l’ora di tornare in hotel a prendere i nostri bagagli, e sotto la pioggia, come al nostro arrivo, abbiamo salutato questa splendida città, ricca di storia e di fascino.

 



 

 

  


domenica 3 aprile 2011

diario della Guadalupa


Il nostro viaggio è incominciato all’insegna dell’incertezza, perchè la settimana prima in Francia ci sono stati diversi scioperi in aeroporto, e quindi la paura che il viaggio venisse rinviato è stata tanta. Ma alla fine per fortuna siamo partiti. La Guadalupa non si raggiunge con volo diretto dall’Italia, siccome è un volo interno francese, le partenze sono da Orly, quindi da Malpensa si vola a Paris Charles De Gaulle, poi con la navetta di Airfrance si raggiunge l’altro aeroporto, con non poca apprensione, visto il breve lasso di tempo a nostra disposizione, praticamente cinque minuti prima della chiusura del volo, ci siamo imbarcati.

Il volo è stato abbastanza tranquillo, ca. 8.30 h, lungo per una come me che non ama volare, ma tant’è, mi sono vista due film, tra cui “questioni di cuore” con Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese che mi è piaciuto tantissimo.

Giunti finalmente a destinazione, dopo aver preso i nostri bagagli nel caos terribile di questo piccolo aeroporto, siamo usciti sul piazzale per ritirare la macchina presa a noleggio, e l’aria calda (che bello) dei Caraibi ci ha investiti.

Per raggiungere la nostra destinazione Pointe Noire, nella Basse Terre abbiamo viaggiato per circa un’ora sulla Route de La Traversée, che passa attraverso una foresta, era ormai già buio, e abbiamo notato subito  i grandi fossati ai lati della strada, che in caso di pioggia permettono il deflusso dell’acqua (perché quando piove fa sul serio, l’abbiamo imparato a nostre spese).

Le strade in Guadalupa sono tutto un saliscendi.

Siamo arrivati a Beaugendre, Annette e Adrien i proprietari di questa piccola struttura di tre camere, ci aspettavano, e ci hanno servito la cena che avevamo prenotato.

La camera era molto carina, con un particolare curioso, doccia esterna a cielo aperto, stupendo!


 





 




Le piccolissime e rumorosissime rane, hanno accompagnato la nostra prima notte in Guadalupa.

Ci siamo  svegliati alle 4 (da noi le 10 di mattina) così ci siamo goduti la nostra prima alba sulla veranda.

La colazione veniva servita sulla veranda della casa dei proprietari, attorniati  dal cane Brutus e tre  gatti. I sucriers e i colibrì si alternavano a mangiare lo zucchero messo nelle casette per uccelli.

E io che mi domandavo se mai avrei visto i colibrì!

Alle 8 praticamente eravamo già in spiaggia, alla Grande Anse di Deshaies, spiaggia lunghissima e poco frequentata anche negli orari di punta. La temperatura dell’acqua dei Caraibi è  per me ideale, io che ho sempre freddo, non volevo mai uscire.

Sulla spiaggia ci sono diversi piccoli ristoranti, tra cui Chez Liline, tipico ristorante dei Caraibi, molto spartano, con le tovaglie madras,






abbiamo cominciato con un aperitivo a base di acras, deliziosi tortelli di merluzzo fritti, e un           ti-punch e un planteur, bevande a base di rhum, e poi abbiamo continuato con due  menu accompagnati da verdure e gratin di banane.

In Guadalupa le porzioni sono abbondanti e quindi la sera non avevamo fame, detto da me che sono una buona forchetta…




 






Il giorno seguente era il compleanno di mio marito, parenti e amici hanno incominciato a telefonare e mandare sms alla mattina prestissimo, per fortuna eravamo già belli svegli e pimpanti.

Abbiamo replicato e ci siamo recati di nuovo alla Grande Anse, mentre al pomeriggio abbiamo provato la Petite Anse, dove ho scoperto lo snorkeling! Mi piace da impazzire, dopo un primo momento di imbarazzo, ho incominciato a coordinare i movimenti e a godermi la bellezza dei fondali, conchiglie e pesci colorati in abbondanza. 


 









Nei giorni seguenti abbiamo scoperto che,  soprattutto nelle zone meno turistiche, i ristoranti aprono alle 18.30 e chiudono prestissimo, perché i creoli hanno paura del buio e della notte e credono che ci siano gli spiriti, e quindi si chiudono in casa. Ecco, non lo avevamo letto su nessuna guida.

Abbiamo ovviato a questo problema comperando cibo al supermercato oppure facendoci preparare la cena dai proprietari di casa, che al mattino esponevano il menu serale e si era interessati  lo si doveva comunicare già a colazione. Ma alla fine non è stato un problema, visto l’abbondanza di cibo a mezzogiorno.

La domenica il tempo si è un po’ guastato, l’urgano Thomas è passato sulla  Martinica, a ca. 300 km da noi, ed è arrivato sotto forma di pioggia tropicale in Guadalupa. Ci siamo goduti un po’ la nostra veranda, cullandoci nelle comodissime amache e godendoci il panorama del giardino di casa.

Il 1. di novembre, giorno festivo anche in Guadalupa, abbiamo deciso di vedere anche l’altra parte dell’isola, Grande Terre, quindi abbiamo rifatto la Route de la Traversée, questa volta finalmente di giorno, ci ha permesso di ammirare la foresta, e la cima attorniata dalla nebbia.






 









Abbiamo raggiunto  Saint-Anne, una località piuttosto turistica, con una  lunga  spiaggia bianca  e, nonostante ci fosse gente  visto anche la giornata festiva, non si aveva l’impressione di sovraffollamento.









Rientrando verso la macchina, mi sono fermata al mercatino per comperare diverse marmellate di  frutta tipica della zona.

Più tardi siamo arrivati fino l’estremità di Grande Terre, Pointe des Chateaux, zona non balneabile, con le onde che si infrangono sugli scogli, un paesaggio molto aspro.

Poi abbiamo provato un’altra spiaggia, quella di Raisins Clairs , anche qui sabbia bianca, mare turchese, e nuvoloni neri in cielo, ma per fortuna non ha piovuto.







Per pranzo abbiamo provato i bokit, panini fritti, imbottiti a scelta con pollo o  carne  o altro, cucinati da una coppia nel proprio camper attrezzatissimo.. Vi assicuro che sono squisiti, e per un pranzo simile, con le bevande a base di rhum abbiamo speso ca. 10 euro!

 



 







Sulla strada del ritorno siamo passati da Morne-à-l’Eau, dove c’è un famoso cimitero, molto particolare.

 





 



Il paesaggio di Grande Terre è piatto, sinceramente preferiamo Basse Terre, anche se è meno turistica.

 



La sera Annette e Adrien ci hanno invitati ad andare con loro alla festa che si svolge al cimitero, che contrariamente alle nostre abitudini, non è triste, le persone vanno a pulire le tombe di famiglia e poi si ritrovano a scherzare e a scambiare battute, è un viavai di gente allegra, con bambini che giocano e gli adulti che conversano tra loro del piu’ e del meno, ci è capitato di sentire fragorose risate. Fuori dal cimitero c’è un camioncino dove si può comperare da mangiare.

Praticamente ci hanno spiegato che è una serata di festa e solamente a Carnevale si incontra così tanta gente per strada. E’ stata veramente un’esperienza particolare.

La Grande Anse è diventata la nostra spiaggia preferita, alternandola alla Petite Anse dove si poteva praticare lo snorkeling. Per il pranzo invece abbiamo trovato un altro piccolo ristorante affacciato direttamente sul mare a Deshaies, Le coin des pècheurs,

 







dove abbiamo continuato la tradizione dell’aperitivo con gli acras, e alternato piatti di ouassous, accompagnati da diversi tipi di riso, a piatti di carne. In ogni caso abbiamo sempre mangiato bene in Guadalupa.

 





 

Un pomeriggio abbiamo visitato il Giardino Botanico di Deshaies, dove si possono trovare un’infinità di fiori e piante.

 



 



Quando il tempo ci ha concesso finalmente un po’ di tregua,  abbiamo finalmente potuto organizzare l’escursione nel Parco Marino con Nico, un siciliano trapiantato da molti anni in Guadalupa, e un piccolo gruppo di altre persone.

 

 





 Nico è stato molto professionale, ci ha spiegato come funziona l’ecosistema delle mangrovie, della barriera corallina, fermandosi in 3-4 punti dove abbiamo potuto scendere dalla barca e praticare snorkeling. Ed è qui che ho trovato la mia prima stella marina, che emozione!

 





E più tardi la seconda, che mai avrei pensato fosse così grande. Fabrizio si è spinto fin dentro la mangrovia e ha nuotato tra i barracuda che vengono a riprodursi

Gli ultimi giorni della vacanza sono trascorsi all’insegna del relax, dei bagni in mare, e purtroppo abbiamo avuto pioggia, spesso anche molto forte, che ci ha accompagnati anche il giorno della nostra partenza, oltretutto obbligandoci a cambiare strada per arrivare in aeroporto in quanto ci sono state delle frane e la Route de la Traversée era chiusa.

Anche in aeroporto c’è stato un attimo di panico, perché erano iniziati da pochi giorni dei lavori, e c’erano delle lunghe code per passare i controlli di dogana, e nonostante il nostro anticipo, siamo riusciti a passare con grande ritardo, mentre gli altoparlanti continuavano a ripetere  che il volo era pronto  per l’imbarco. Solo una volta saliti a bordo, il capitano ci ha annunciato che avremmo avuto ritardo perché   c’erano ancora ca. 150 passeggeri ancora a terra. Il mattino seguente a Parigi, accolti da temperature autunnali, abbiamo avuto tutto il tempo per trasferirci da un aeroporto all’altro. E’ strano essere a Parigi e non fermarsi per visitarla, un po’ mi è spiaciuto.

La  Guadalupa mi è piaciuta moltissimo, ci tornerei domani. Consiglio di andarci a chi non cerca i Caraibi più turistici, non vuole mondanità e a chi si adatta a questi ritmi di vita ed è interessato alla natura un po’ selvaggia.



 



  


venerdì 3 dicembre 2010

Guadalupa, il paradiso


Siccome non sono ancora riuscita a fare un post sul nostro viaggio in Guadalupa, anticipo qualche foto, visto il freddo di questi giorni, voglio tornare un po'  al caldo di questa stupenda isola dei Caraibi.


  




  


Ilêt Caret, Riserva Marina

  




 




 






  


Beaugendre, "la nostra casa"

  








 


Beaugendre, la veranda di Annette e Adrien, i proprietari di casa,  dove facevamo colazione

  






 


   


Brutus, il simpaticissimo cagnolino che tutte le mattine faceva la lotta con il suo gatto preferito

    




Vista da "casa nostra"

 


 






 


colibrì, nel giardino di casa



 






 


frutti di maracuja, sulla veranda

 


 




 


una delle nostre spiagge preferite,Plage de la Grande Anse a Deshaies






 


L'arbre du voyageur, tipico della Guadalupa

 




 




 


Rose de porcelaine

 





 


L'arbre à pain








"... e il naufragar m'è dolce in questo mare"






 

domenica 7 novembre 2010

Guadalupa


Ciao a tutti!

 



Siamo appena rientrati dalla Guadalupa, per cui sono ancora un po' frastornata, posterò più in là un resoconto.

Per il momento questa immagine vale già tutto il viaggio


 

 




giovedì 4 novembre 2010

Marocco 2008


La mia mente torna sempre ad un anno fa, alla preparazione del viaggio, alla ricerca dei luoghi dove soggiornare, a quelli da visitare. E poi finalmente la partenza, quella mattina  del 4 marzo 2008, una pioggia leggera ci ha accompagnati all'aeroporto..siamo atterrati a Marrakech e lì è incominciata l'avventura in un altro mondo: i dromedari al parco giochi,  gli gnomi in motorino, carretti ai bordi della strada, camion stipati all'inverosimile di merce, il paesaggio che cambiava in continuazione, a tratti lunare, con quella terra rossa,  e poi di nuovo campi verdi,  era un’emozione senza fine, mi aspettavo molto da questo viaggio, ma  è stato superiore alle mie aspettative.

 



  


 


Essaouira con le sue vie strette,





 









la skala, le onde dell’oceano (che vedevo per la prima volta),  i negozi con il profumo del legno di tuia, la colazione sulla terrazza del riad, e i gabbiani che si posavano  e prendevano quasi dalle mie mani il pane, e ne chiedevano ancora.





 









 



Sidi Kaouki, la spiaggia deserta, il cane che sonnecchiava nella sabbia,


 


 






La passeggiata con il dromedario, che può sembrare una cosa da turisti, ma guidati da Rachid, che tu già avevi incontrato anni prima, è stata al tempo stesso divertentissima ed emozionante. Mi piacciono i dromedari con quelle zampe che sembrano caramelle gommose che affondano nella sabbia,  le orecchie morbide, il muso buffo. Io che avrei paura di salire su un cavallo, non ho esitato un attimo a montare in sella ad un dromedario.


 


 Essaouira - gita in dromedario


 


 




 




Poi il lungo trasferimento  fino a Irocha, passando da Marrakech e dal passo del Tizi n’Tichka,  una strada tortuosa ma affascinante, con la sosta a Le Coq hardy, il profumo degli aranci in fiore, una taijne e un’omelette berbère. E finalmente la Maisond’hôte Irocha, alla quale si arriva da una stradina sterrata, sembra messa lì a caso, ma tutto ha un suo perché, dalla reception, alle camere spartane, all’hammam e alla piscina,  alla terrazza che dà su quattro case di terra, ma è un paradiso, alle sale da pranzo con la stufa accesa e il calore del padrone di casa Ahmed, che scambia una parola con tutti. La colazione al mattino, servita sulla terrazza, con le baghrir, le marmellate fatte in casa, il pane arabo, e la pace assoluta.





 









Da lì l’escursione ad Ait Benhaddou, che già mi avevo colpito in fotografia su una guida, la maestosità della kasbah.




  


marocco 2008 - Ait Benhaddou

 




Infine l’ultima tappa, Marrakech, con il suo caos, la piazza Djemaa el Fna, dove ti sei fatto coraggiosamente  mettere al collo un serpente per permettermi di fare una foto,





 













i giardini Majorelle,

 









la MedersaBenYoussef,







 









i suk,con i colori e i sapori, dove tutto per i nostri sensi è amplificato, gli acquisti dei souvenirs, le nostre babouches e   le spezie



 






 


 Questo è solo un concentrato di quanto è stato vissuto, non ci sono parole per descrivere bene tutto quanto, solo dentro di noi sappiamo quanto è stato importante questo viaggio, le emozioni che abbiamo,  e quanto ci fa commuovere ogni volta che lo ricordiamo.  So che ogni nostro viaggio sarà una scoperta,  un’emozione  piccola o grande, e spero di farne ancora tanti con te.